Ciad Climbing Expedition 2015

Il racconto di Alessandro Beber del viaggio alla scoperta dell'enorme potenziale per l'arrampicata nella Repubblica del Ciad in Africa, insieme a Stefano Angelini, Fabrizio Dellai, Matteo Faletti, Jiri Leskovjan, Alessandro Lucchi e Piero Ravà.

La nostra spedizione in Ciad parte da lontano, direi dall'autunno del 2007, quando il Sahara entra casualmente nella mia vita... Con Alessandro Baù siamo ospiti di Marco Anghileri ai Piani dei Resinelli per la prima proiezione audiovisiva della nostra carriera, e durante la serata incontro Rocco Ravà, alpinista e geografo, che mi racconta di come il suo lavoro sia attraversare in lungo e in largo il deserto più vasto del mondo. Conosco così Spazi d'Avventura, piccolo grande tour operator a conduzione famigliare, fondato da suo padre Piero nel 1977.
Tanto basta, e l'anno dopo mi ritrovo già in viaggio proprio con Piero verso il nord del Mali, diretto alla Main de Fatma e alle torri di arenaria della regione di Hombori. Sarà un esperienza indimenticabile, a cui seguiranno altri trekking e arrampicate in Algeria, nei gruppi dell'Hoggar, del Tesnou e della Tefedest.
Ai tempi ho 22 anni, sono diventato Guida Alpina da poco e la fiducia accordatami dall'equipe di Spazi d'Avventura nell'accompagnare i loro gruppi non è scontata e sarà sempre motivo di riconoscenza da parte mia. D'altronde i Ravà stessi sono abituati a bruciare le tappe: nel 1970 Piero, giovane studente in medicina, è compagno di Casimiro Ferrari al Cerro Torre e per poco non si porta a casa la prima salita della montagna più ambita del pianeta (rinuncerà nel 1974 alla spedizione vincente per laurearsi), mentre Rocco all'inizio degli anni '90 fa coppia fissa con Giorgio Anghileri e a vent'anni hanno già in curriculum molte delle salite più impegnative delle Dolomiti.
Nei nostri discorsi torna spesso l'idea di un viaggio alpinistico in Ciad, dove Spazi ha la propria base operativa e dove le potenzialità per l'arrampicata sono ancora tutte da scoprire. L'ultima spedizione sui generis risale infatti al 1964, quando Guido Monzino diresse un gruppo di scalatori italiani nel Tibesti, il più alto dei massicci sahariani. Nel 2010 poi Piero accompagna una spedizione di The North Face sulle magnifiche torri di arenaria dell'Ennedi, e grazie a foto & video raccolti in quell'occasione il fascino dell'arrampicata sahariana cattura forse per la prima volta l'immaginario di un pubblico più vasto.
La nostra idea di esplorare le guglie granitiche nella regione Ciadiana del Guerà rimane nel cassetto ancora per qualche stagione, ma finalmente il 2015 è l'anno buono. Con il gruppo Mountime quasi al completo (Simone ci sei mancato!) riusciamo ad organizzare queste ferie della ditta alternative e ci ritroviamo seduti sul fuoristrada in parte a Piero che ancora una volta ci conduce nel "suo" mondo. Ho sempre pensato che l'avventura non serve andare a cercarla chissà dove, la puoi trovare anche dietro casa, ma sono contento di questo viaggio in compagnia degli amici, diretti verso un massiccio inesplorato del quale abbiamo solamente qualche foto da lontano. Ai giorni nostri, dove terre da scoprire ne sono rimaste ben poche, mi sembra un privilegio non da poco...
...Guardando dal finestrino il Sahel ci scorre davanti, arido, sconfinato. Se sei abituato a vivere in montagna, tra le montagne, attraversare una terra piatta e regolare come questa pùo essere disarmante. Senza orizzonti a cui fare riferimento, si è come naufraghi nel mare. Poi d'improvviso tutta una serie di guglie si levano dalla terra senza preavviso, surreali, come un enorme castello di sabbia costruito da un bambino sulla spiaggia, ed ecco che il cuore può tirare un sospiro di sollievo.
Come vuole la tradizione ci rechiamo per prima cosa dal capo villaggio di Abtouyour, il centro principale della zona, per informarlo delle nostre intenzioni e chiedere il permesso di scalare sulle montagne lì attorno. Ottenuto il suo benestare, allestiamo il nostro campo alla base delle pareti e l'indomani partiamo in perlustrazione divisi in due cordate dirette a due cime differenti. Stefano, Fabrizio ed Jiri scelgono una torre chiamata Chayà, mentre Matteo Faletti, Alessandro Lucchi ed io troviamo una linea invitante sulla parete Nord dell'Abtouyour stesso, la torre che da il nome al villaggio, che somiglia ad uno strano fungo e la cui cima è presidiata da centinaia di uccelli di ogni tipo: avvoltoi, marabù, falchi, cicogne e... un buon ornitologo sicuramente ne saprebbe distinguere tanti altri!
Già il primo giorno arriviamo abbastanza in alto, e l'indomani torniamo sul posto per completare gli ultimi tiri, ma non facciamo in tempo ad andare molto lontano che un manipolo di uomini risale il pendio fin sotto di noi ed comincia ad urlarci a gran voce di scendere immediatamente... un po' perplessi gettiamo un'occhiata al nostro campo base dove ci aspetta Piero, e vediamo che là le persone sono più di un centinaio. Capita la serietà della situazione, buttiamo le doppie e raggiungiamo i nostri "fan" alla base della parete che vogliono sapere cosa cerchiamo esattamente, cosa per niente facile da spiegare se chi pone la domanda è abituato a lottare per la sopravvivenza tutti i giorni e non ha letto "I conquistatori dell'inutile" di Lionel Terray... la cosa migliore che mi viene in mente suona più o meno così "E' solo uno sport, non cerchiamo niente in particolare... è come il calcio, solo che dove abitiamo noi ci sono solo rocce e montagne e poco spazio piano per i campi di pallone, così da piccoli impariamo il gioco dell'arrampicata" ...e via con un corso roccia intensivo per spiegare a cosa servono tutti quegli strani attrezzi (friends, chiodi, etc.) nei nostri zaini.
Detto questo, veniamo scortati al nostro campo base dove ci aspetta praticamente tutto il villaggio e finalmente riusciamo a capire un po' meglio la situazione: c'è stata una sorta di insurrezione popolare, la gente è andata a tirare fuori di casa il capovillaggio dicendogli di ritirare il suo permesso per scalare l'Abtouyour, che evidentemente è investito di una sacralità che non ci era stata lasciata intendere... messo alle strette lo chef du village non ha alternative e ritratta dicendo di aver frainteso i nostri propositi, aggiungendo che possiamo scalare ovunque, su tutte le altre cime, ma non su quella. Noi, più felici per avere evitato il linciaggio che amareggiati per la salita incompiuta, ci scusiamo con tutti dicendo che non volevamo offendere nessuno, che se avessimo saputo che la cima era sacra sicuro non ci mettevamo piede, e per distendere l'atmosfera stendiamo la slackline e passiamo il pomeriggio a giocare ai funamboli con i bambini.
Alla sera rientra anche l'altra cordata che è riuscita ad aprire una bella via sul Chayà, e di comune accordo per i giorni successivi decidiamo di spostare il campo in una zona "più tranquilla". La scelta si rivela felice, perchè dopo pochi chilometri di fuoristrada ci si rivelano delle pareti stupende, ripide e rivolte a Nord, con un tridente che ricorda in maniera inequivocabile le Tre Cime di Lavaredo. Il villaggio sottostante sembra uscito dal medioevo, interamente fatto di paglia, con le donne che trasportano l'acqua in enormi zucche sulla testa e i pastori che portano lance, arco e frecce per difendersi dalle iene che insidiano il bestiame. Gli anziani del villaggio questa volta benedicono le nostre scalate e si raccomandano solo di verificare se sulle cime si trova qualche sorgente d'acqua...
Come primo obbiettivo puntiamo a due diverse linee di fessura sulla parete del Berethè, ma prima dobbiamo aprirci un varco nell'erba alta e trovare una traccia per raggiungere la base delle rocce. Anche questo fa parte del gioco, e ci permette incontri inaspettati con diversi animali come babbuini, damàn (procavia), facoceri... La scalata poi si rivela superlativa, lungo estetiche fessure e placche compatte. Alla sera riuniamo le due cordate sulla cima ed attrezziamo assieme la discesa.
L'indomani tocca alle "tre cime", che scopriamo chiamarsi Mulgugnù: nel dialetto locale il nome significa "luogo dove si nascondono gli schiavi", perchè nei secoli addietro le popolazioni locali vi si rifugiavano per sfuggire alle razzie dell'impero Sudanese che organizzava in questi territori delle vere e proprie cacce all'uomo per procurarsi schiavi.
La cordata Angelini, Dellai, Leskovjan si lancia sulla torre orientale, dove scoveranno una pazza linea di camini che attraversa l'intero pilastro dal versante Nord fino a sbucare a Sud nei pressi della cima. Noi (cordata Lucchi, Faletti, Beber) invece optiamo per la "Cima Ovest" percorsa da cima a fondo da un'evidente diedro. Per non essere ingordi lasciamo inviolata la cima centrale, e spostiamo un'ultima volta il campo per spendere gli ultimi giorni nel sottogruppo di Matayè, dove oltre a placche d'aderenza troviamo un vero e proprio "dream pitch": una fessura spettacolare che conduce direttamente in cima alla vetta più alta della zona.
Rimane un ultima giornata a disposizione, ma siamo tutti abbastanza stanchi e soddisfatti da passarla riposando, tranne Matteo e Ale che si ingaggiano in un'ultima impegnativa salita che li riporterà alle tende solo a tarda sera.
Poi inizia il rientro verso casa: abbandoniamo questo mondo dai ritmi antichi e torniamo verso N'djamena, in quel caos assoluto fatto di plastica e polvere tipico delle città africane.
Anche adesso, come quella prima volta in Mali, salendo sull'aereo ho piuttosto l'impressione di abbandonare un pianeta remoto con una navicella spaziale. In effetti alle persone dei villaggi del Guerà molto probabilmente apparivamo come extraterrestri fatti e finiti... così come queste poche ore di volo verso l'Europa per chi nasce in quest'angolo di mondo sono un miraggio tanto inarrivabile quanto un viaggio sullo Space Shuttle.
Al di là di tutto, toccare con mano certe realtà apre molti interrogativi a cui non è facile trovare risposta, ma forse il valore universale del viaggio sta proprio in quel cambio di prospettiva che ci fa mettere in discussione molti aspetti della nostra vita e della società in cui viviamo. O almeno dovrebbe essere così, credo. D'altra parte a confutare questa tesi mi torna spesso alla mente un vecchio proverbio veneziano che recita "Viazàr descànta, ma chi mòna parte, mòna resta!".
Un grazie di cuore a tutta l'equipe di Spazi d'Avventura per "aver reso possibile l'impossibile", ma d'altronde questa è la vostra specialità! Personalmente ringrazio tutti gli amici del gruppo Guide Alpine Mountime per aver condiviso e supportato l'idea di questa spedizione: Jiri Leskovjan, Matteo Faletti, Stefano Angelini, Fabrizio Dellai, la "wild card" Alessandro Lucchi e Simone Banal che ha fatto il tifo da casa! Infine, a nome di tutti quanti, un grazie alle famiglie che appoggiano le nostre scorribande!

Alessandro Beber

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