Mai fidarsi delle acque chete

Nel settembre 2011 decidemmo con un gruppo di intrepidi viaggiatori di organizzare in Ciad il 1° viaggio esplorativo teso ad entrare in contatto con le importanti comunità di pastori nomadi Woodabe che nomadizzano, dopo la stagione delle piogge, seguendo la linea dei pascoli che dai bordi del lago Ciad li porta più a sud nella regione di Durbali e poi a est fino ai confini col Centrafrica.

Fu un’esperienza indimenticabile, entrammo in contatto con clan Woodabe numerosi, legati ancora all’ancestrale tradizione del “PULAKU” il codice di onore che regola i rapporti tra gli individui all’interno dei clan e tra clan vicini. Assistemmo a feste danzanti così coinvolgenti da far girare la testa al più navigato esploratore…
Il focus centrale era raggiunto, la soddisfazione dei partecipanti alta ed il morale alle stelle. Per completare questa esperienza umana ed etnologica decisi di organizzare una gita in piroga sul lago Ciad per cercare di raggiungere le comunità di pescatori KOTOKO che per mesi durante la stagione della pesca vivono su isole galleggianti di papiro e giunchi, vere e proprie zattere naturali, unici approdi nel cuore del lago. Qui, vivendo carponi per non sprofondare nelle acque, sotto sparute capanne affumicano e stoccano il loro pescato. Così all’alba del 5 ottobre con due piroghe a motori dove presero posto i nostri 15 viaggiatori, dal villaggio di Meterine partimmo in direzione dell’isola di Kinasserom, dove avremmo visitato il mercato del pesce e preso informazioni sulle localizzazioni delle comunità Kotoko.
Così partimmo in direzione di Kinasserom, il cielo era terso e il tempo sembrava buono anche se c’era un caldo anomalo, c’era un’afa soffocante e insopportabile. A Kinasserom dopo la visita del mercato non riuscimmo a raccogliere molte informazioni sui Kotoko, nessuno sembrava sapere dove fossero localizzati. Ma l’attesa dei miei clienti era tanta e io non volevo deludere le loro aspettative, così dopo aver a lungo discusso con il nostro capo piroghiere Gadjeré decidemmo di puntare in direzione del centro del lago con la speranza di imbatterci in una battuta di pesca Kotoko.
Era ormai pomeriggio inoltrato e le ore di navigazione nel nulla del lago Ciad ormai 2…. Era forse l’ora di tornare ma all’improvviso all’orizzonte intravediamo un’imbarcazione con degli uomini a bordo intenti a pescare. Non potevamo tirarci indietro adesso, eravamo ad un passo dal nostro obbiettivo. Velocemente raggiungemmo la piroga, a bordo due ragazzini Kotoko di forse 15 anni ci confermano la presenza della loro isola galleggiante a breve distanza. Bingo!! Decidiamo di seguirli e in breve siamo tra i kotoko che stanno essiccando i loro pesci appena pescati, camminando carponi su questa “zattera” di giunchi e papiri ci immergiamo in questa realtà fuori dal tempo. All’improvviso però mi accorgo che il cielo si è velato ed un vento teso si sta alzando….
È l’ora di tornare, guardo Gadjerè negli occhi e vedo nel suo sguardo una linea di preoccupazione. Velocemente liberiamo le piroghe dai giunchi e ci ributtiamo nell’immensità del lago, lo scenario dell’andata, placido e calmo è repentinamente cambiato, il vento è sempre più forte, le acque si stanno increspando e onde di una certa importanza formando. Le piroghe controvento arrancano, sbattono e saltano sulle onde che ci si infrangono contro. Iniziamo a imbarcare acqua, il sole sta tramontando e inizia a piovere intensamente, i piroghieri sono visibilmente preoccupati parlano fitto in arabo tra loro e il loro sguardo è ora molto concentrato. Rassicuro i clienti e decidiamo di proseguire, è ormai quasi buio e quello che più mi preoccupa è che le 2 piroghe non riescono a viaggiare ravvicinate.

Concentrato sul da farsi mi sento a un certo punto battere sulle spalle da una simpatica e gentile signora di Biella: “Tommi volevo solo dirti che io non so nuotare”. Mi rendo conto immediatamente che stiamo entrando in una zona di pericolo anche perché le piroghe cercando di viaggiare ravvicinate spesso urtano violentemente tra loro ed il pericolo di finire tutti in acqua diventa sempre più concreto. Con l’ultima luce avvistiamo in mezzo alle acque un isolotto di giunchi: l’unica soluzione è rifugiarsi nel mezzo delle canne con le 2 piroghe, aspettare che il tempo migliori anche a costo di passare li la notte divorati dalle zanzare. Preoccupato ma determinato mi metto in comunicazione satellitare con la nostra base di N’Djamena, mi confermano che anche la capitale è nella bufera, do la nostra posizione satellitare e fisso un successivo appuntamento. Passiamo ancorati nella vegetazione dove le famose zanzare del lago banchettano di noi, almeno 3 ore, il buio ormai è sceso ma perlomeno il vento si è calmato e ha smesso di piovere.
Decidiamo che è il momento di ripartire per guadagnare la riva, ci proviamo, dobbiamo approfittare di questo momento di tregua, sono le 9 di sera, l’oscurità è completa, non possiamo più temporeggiare oltre. Illuminandoci la via con 2 semplici torce avanziamo nel nero più assoluto. Solo l’istinto e l’orientamento di Gadjerè possono ora riportarci a Meterine, mi fido di lui, lo lascio lavorare in silenzio, sono sicuro che ci riporterà a riva. Come d’incanto dopo 1 ora di navigazione si scorgono in lontananza le luci del villaggio, sembra fatta ma le avventure sul lago non sono finite…. Il motore di una delle due piroghe si impalla e la piroga si ferma…. Non ci voleva proprio ora, i piroghieri iniziano a lavorare sul motore con gli utensili di cui dispongono. Tutti siamo in silenzio in attesa ma non possiamo fare finta di non sentire il rumore dell’acqua che gorgoglia sotto l’imbarcazione, il mio pensiero corre preciso e viene confermato dalle parole in arabo di Gadjeré “Grinti, grinti, grinti!!!” che in arabo ciadiano vuole dire ippopotamo. Tutti gli amanti d’Africa sanno che a dispetto del suo aspetto l’ippopotamo è un animale che può diventare molto pericoloso e aggressivo se si sconfina nel suo territorio può ribaltare facilmente una piroga. L’unico ostacolo al suo istinto è in genere il rumore del motore che lo spaventa e lo blocca, ma il nostro purtroppo è in panne e ora silente. Le mani di gadjeré si muovono velocemente e con precisione e dopo infiniti minuti di attesa lo schioppettio del motore ricomincia a riecheggiare nel silenzio... A mezzanotte esausti, fradici e sfiniti raggiungiamo la terraferma e un pensiero mi frulla nella testa “Cazzo, morire affogato in un paese conosciuto per il suo deserto proprio no!!!”.

Tommaso Ravà



    

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